Fin dagli inizi del 1848, Bologna è scenario e multiforme retrovia di un fronte militare, volontario e popolare, che si muove verso il Nord sospinto dalla fede nelle parole di libertà, unione, guerra, via lo straniero.
Le città italiane si trovano al centro del movimento nazionale di liberazione che diventa lotta per la libertà e l’emancipazione democratica. Le sollevazioni popolari di Palermo (12 gennaio), Napoli (29 gennaio), Milano (18-22 marzo), Venezia (21-22 marzo), Parma (19 marzo), Modena (20 marzo) impongono ai regnanti la concessione di diritti. Carlo Alberto, re di Sardegna, promulga il 4 marzo lo Statuto Albertino; Leopoldo II, granduca di Toscana, emette la costituzione; Papa Pio IX concede moderate libertà di espressione di diritto di stampa e una Consulta di Stato. In Francia, l’insurrezione popolare del 22-24 febbraio fa cadere la monarchia di Luigi Filippo e instaura la repubblica. In Austria, il 13 marzo, il governo Metternich è costretto a cedere e promettere la convocazione di un’assemblea preparatoria per la costituzione. Anche in Prussia, Ungheria e Boemia i movimenti nazionali si battono per la conquista della libertà, eventi internazionali che fanno da sfondo ai fermenti urbani delle città italiane alimentando il quadro politico generale. Quando il 23 marzo Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria muovendo dal Piemonte verso la Lombardia, da tutta Italia «le legioni si ingrossano lungo la via», in un trionfo di entusiasmo e di passione nazionale per combattere la guerra allo straniero. Bologna diventa centro nevralgico di accampamento, raduno e spostamento delle truppe; entusiasmi e spiriti liberi s’incontrano con il popolo che appoggia, sostiene e raccoglie aiuti per distribuirli ai soldati.La guerra d’indipendenza militare e politica è seriamente compromessa dal proclama di Pio IX del 29 aprile, che mettendo sullo stesso piano i cattolici italiani e austriaci rinuncia di fatto alla lotta nazionale per non inimicarsi la potenza straniera. Le sconfitte dell’esercito a Curtatone e Montanara il 29 maggio, a cui fa seguito la capitolazione di Vicenza l’11 giugno e la sconfitta di Custoza nei giorni dal 23 al 25 luglio, costringono l’esercito piemontese alla resa, mettono fine alla guerra ristabilendo i vecchi confini territoriali degli stati.

 

Dopo le gloriose giornate delle rivoluzioni nelle città, l’esercito di Carlo Alberto, abbandonata Venezia e Milano agli austriaci, è costretto a ripiegare oltre il Ticino, aprendo la linea del Po all’invasione straniera. A Bologna si vivono giorni di ansia quando l’Austria occupa Ferrara e distrugge Sermide ma soprattutto dopo Custoza, nessuna città osa più opporsi all’avanzata austriaca. Il generale Ludwing Welden, incaricato dal comandante in capo delle truppe austriache in Italia Josef Radetsky di proteggere la restaurazione sul lato sinistro del Po, il 3 agosto 1848, emana da Bondeno un proclama contro le bande che si chiamano Crociati, «contro i faziosi che in onta al proprio Governo (il Pontificio) s’affaticano d’ingannar il buon popolo con menzogne e sofismi e d’infonder un odio ingiusto ed assurdo contro una Potenza sempre stata Amica (l’Austria)». Le disposizioni giungono a Bologna la sera stessa suscitando immediatamente proteste e tumulti anche se il pro-legato Cesare Bianchetti promette di tutelare «l’amor patrio», ma senza risultato perché il popolo «inquieto e tumultuante» inizia a innalzare barricate e a recuperare armi e munizioni. Gli austriaci che muovono verso Bologna sono circa quattromila e, dopo gli accordi presi con il pro-legato, si acquartierano fuori Porta San Felice dove Welden dispone il suo comando generale. Le altre Porte occupate sono quelle di Galliera e Maggiore. I soldati austriaci sono liberi di muoversi in città e trattano Bologna «quasi fosse un loro feudo e noi dei poveri intrusi». Anche il generale Welden si reca a pranzo alla Pensione Svizzera, poi Hotel Brun, distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, nell’attuale via Ugo Bassi.
La cittadinanza si sente abbandonata, i sentimenti patriottici sono vivi più che mai, la tracotanza forestiera non è più sopportabile ed è ormai maturo il tempo per la rivolta. L’occasione della rivolta scatta quando un sergente austriaco, entrato al Caffè Marabini, detto degli Stelloni, ordina un caffè ai tre colori con la voluta intenzione di deridere il simbolo dell’indipendenza italiana.
Come in attesa di quest’ultima provocazione, il popolo insorge senza distinzione di classe e di condizione sociale, senza capi e senza direzione, è tutta quella moltitudine di lavoratori che compongono «la santa canaglia». Sono facchini, canapini, lavandaie, operai, commercianti, professionisti, nobili, donne, adulti e bambini, che quasi per miracolo in poche ore respingono l’esercito nemico, ben armato e abituato alla guerra, mentre «mandavano le campane a stormo un suono eccitatore di battaglia». É un movimento popolare che ha portato a maturazione i valori democratici dei primi mesi del 1848 e ha assorbito l’entusiasmo e la coscienza di una nuova identità nazionale, penetrata ormai in tutti i suoi ceti sociali. Con una rapidità impressionante le idee di progresso conquistano una nuova consapevolezza che si lega a una profonda aspirazione per nuovi diritti. È così che il sentimento nazionale si salda con aperte richieste di giustizia sociale.
Si combatte a Porta San Felice e Lame, ma è la piazza di fronte alla Montagnola l’epicentro della battaglia, dove gli austriaci bombardano «sul piano dei pubblici giardini, con due cannoni, un obizzo e proiettili incendiari». I popolani, a cui si uniscono anche molti appartenenti ai corpi militari della Guardia civica, dei Carabinieri e dei Finanzieri, rispondono con carabine e moschetti. Sono innalzate le barricate, dai tetti, dalle finestre e da ogni angolo della strada piovono pietre, tegole e qualsiasi cosa sugli austriaci costringendoli alla ritirata. «Sappiamo che il popolo fece da sé», scrive Carolina Pepoli Tattini nelle sue lettere alla madre Letizia Murat a Roma, perché Bologna si è fatta onore.

Le donne sono grandi protagoniste dell’8 agosto 1848, partecipano alla costruzione delle barricate, portano pietre e fascine, sostengono i feriti. La popolana Maria è rappresentata dal pittore Antonio Muzzi mentre porta il salvo il giovanetto Augusto Orlandini ferito nella battaglia. Ma si ricordano anche la veronese Teresa Serego degli Allighieri, moglie di Giovanni Gozzadini; Maddalena Marliani-Bignami, la «pallida grazia» foscoliana, diffidata dalla polizia; Anna Grassetti, la «garibaldina bolognese», moglie di Carlo Zanardi ideatore del moto rivoluzionario di Savigno del 15 agosto 1843, a cui Giuseppe Mazzini affida il compito della riorganizzazione cospirativa a Bologna e nelle Romagne dopo la fine Repubblica Romana.

Le cronache raccontano che alla fine della giornata dell’8 agosto saranno fatti prigionieri 70 soldati austriaci e due ufficiali, quasi 400 sono i feriti mentre 57 i caduti fra i popolani biografati da Vittorio Fiorini in occasione dell’Esposizione emiliana del 1888

 

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